Il segreto di Salvatore Mereu dietro la macchina da presa risiede nel non farsi mai imprigionare dal testo scritto: per portare sul grande schermo Alberi Erranti, il regista ha scelto di farsi guidare dagli imprevisti del set piuttosto che eseguire meccanicamente il copione. Questa impostazione permette alle inquadrature di respirare e restituisce sullo schermo la complessa commistione tra fiaba e cruda violenza presente nel romanzo d’origine firmato da Alberto Capitta.
Adattare una storia di formazione mantenendo intatta la purezza del racconto fantastico e la pesantezza dei conflitti sociali richiede un controllo millimetrico del tono. Al centro delle vicende ci sono Piero Arca e suo figlio Giuliano, interpretato da Romeo Perrone, impegnati a curare animali feriti all’interno di una cascina isolata. L’ostilità della potente famiglia dei Nonne rompe questo equilibrio quando, durante un’intensa nevicata, Piero scompare nel nulla e gli animali vengono brutalmente uccisi.
Costretto a mettersi sulle tracce del genitore, Giuliano incontra Maddalena, impersonata da Giulia Maenza. Tra i due giovani scatta un legame immediato, ma la ragazza è legata a doppio filo proprio alla famiglia che minaccia la loro esistenza.
Oltre la pagina scritta: la dimensione viva del set
Trasporre il realismo magico della letteratura cinematografica richiede una gestione precisa delle immagini. La pagina scritta permette infatti al lettore di visualizzare autonomamente mondi interiori, mentre la macchina da presa impone una concretezza visiva che rischia spesso di spezzare l’incanto.
Un regista non dovrebbe mai rinunciare a tutto quello che il caso, la vita ti offre. Se hai questa attitudine dai vita a delle immagini che siano vive. Se invece ti affidi soltanto alla sceneggiatura e ne diventi schiavo, il rischio è che metta in moto soltanto un meccanismo narrativo e che finisca là.
Per Mereu, maneggiare la sfera onirica e mitica rappresenta una sfida costante rispetto alla pura cronaca quotidiana. Il confronto continuo con l’inatteso durante le riprese consente di superare i limiti intrinseci della sceneggiatura tradizionale.
Scena tratta dal film Alberi Erranti
Un cambio di rotta stilistico e linguistico
Questa produzione segna un punto di svolta netto rispetto alle opere precedenti del cineasta sardo. Per la prima volta, Mereu sceglie di recitare interamente in lingua italiana e di affidarsi a un cast composto esclusivamente da attori professionisti.
La transizione nasce dalle esigenze del testo: la cornice borghese ha spinto a ridurre l’impiego della lingua sarda. L’alleggerimento della precisa connotazione geografica e antropologica serve a dare respiro universale alla favola, permettendo a chiunque di riconoscersi nel conflitto narrato.
| Elemento produttivo | Caratteristica nel film |
|---|---|
| Opera di partenza | Romanzo di Alberto Capitta |
| Scelta linguistica | Lingua italiana (abbandono del sardo) |
| Composizione del cast | Cast interamente di attori professionisti |
| Protagonisti principali | Romeo Perrone, Giulia Maenza, Lorenzo Richelmy |
L’approccio degli interpreti e il confronto tra generazioni
Il lavoro sul set ha richiesto percorsi differenti da parte dei protagonisti per entrare in contatto con le figure concepite da Capitta e rimodellate dalla regia.
Se per Giulia Maenza l’immedesimazione con Maddalena è risultata immediata grazie a una forte affinità personale, il percorso di Lorenzo Richelmy nei panni di Michelangelo è stato opposto. L’attore ha affrontato la distanza dal proprio personaggio sfruttando la solida impalcatura letteraria del testo per costruire un’interpretazione rigorosa.
Alberi Erranti, fotogramma del film
La dinamica narrativa approfondisce anche la questione dei traumi e dei debiti familiari trasmessi di padre in figlio. Secondo Richelmy, il nodo centrale risiede nella tendenza moderna a voler eliminare ogni attrito formativo all’interno del nucleo domestico.
Il ruolo del padre è quello di mettere degli ostacoli superabili ai propri figli e far sì che poi diventino autonomi.
Crescere individui capaci di affrontare le asperità del mondo esterno richiede maestri in grado di non addolcire la realtà. Questa riflessione generazionale si aggancia direttamente all’esperienza personale del cineasta, che riconosce nella finzione filmica un’eco costante del proprio vissuto.
Immagine ufficiale di Alberi Erranti
💡 L’incontro tra fedeltà al testo e apertura all’improvvisazione dimostra come il linguaggio cinematografico possa rinnovarsi anche partendo da una base letteraria già densa di simboli.
📌 Il contrasto tra l’eredità dei padri e la ricerca di autonomia resta uno dei nodi universali più complessi da portare in scena senza cadere nella retorica.
👇 Quale approccio registico preferisci quando un libro arriva al cinema: fedeltà millimetrica o riscrittura visiva?



